LONATE POZZOLO – Il fatto accaduto dove un uomo ha ucciso un ladro entrato nella sua abitazione, continua a generare dibattito, reazioni e prese di posizione che vanno ben oltre i confini del piccolo centro del Varesotto. Dopo giorni di tensione, ipotesi di ritorsioni e commenti infuocati sui social, arriva una presa di parola netta dalla comunità Sinti di Torino, che prova a spostare il racconto su un piano diverso, meno emotivo e più politico, nel senso più crudo del termine.
“Non succederà nulla e nessuna vendetta verrà fatta”. È una frase secca, pronunciata senza esitazioni da un portavoce della comunità ai microfoni di Le Iene, il programma di Italia 1 che ieri sera ha dedicato un ampio servizio alla vicenda. Parole che suonano come una smentita diretta alle voci circolate nei giorni scorsi, secondo cui parenti o conoscenti del ladro ucciso avrebbero potuto vendicarsi nei confronti del proprietario di casa.
Il timore di possibili ritorsioni aveva portato le forze dell’ordine a rafforzare la vigilanza nella zona, con passaggi frequenti e un’attenzione costante sulla sicurezza dell’uomo coinvolto nell’uccisione. Una misura cautelativa, spiegano gli investigatori, adottata più per prevenzione che per segnali concreti. Ed è proprio questo punto che il portavoce della comunità Sinti vuole chiarire pubblicamente: “Non fa parte della nostra cultura vendicarsi. Non è mai successo e non succederà ora”.
Una dichiarazione che arriva in un clima ancora carico di tensione. Perché se da un lato c’è una parte dell’opinione pubblica che ha difeso a spada tratta il proprietario di casa, parlando di legittima difesa e di paura, dall’altro emerge una narrazione diversa, che mette in discussione la dinamica e soprattutto la proporzione della reazione.
“Sicuramente vogliamo sapere la verità, perché il nostro fratello non è stato ucciso per legittima difesa ma per eccesso di difesa”, prosegue il portavoce, utilizzando parole miti, destinate a far discutere. Non si tratta, spiega, di giustificare il furto o minimizzare il reato, ma di chiedere che la vicenda venga analizzata senza slogan e senza semplificazioni.
Il servizio de Le Iene ha contribuito a far emergere proprio questo aspetto: un clima molto diverso da quello raccontato nei primi giorni dopo l’uccisione. Nei servizi televisivi e nei commenti social iniziali, la storia era stata spesso ridotta a uno schema netto, quasi automatico. Da una parte il cittadino onesto che difende la propria casa, dall’altra il ladro descritto solo come un criminale senza volto. La puntata andata in onda ieri ha invece dato spazio a una complessità che raramente trova posto nel dibattito pubblico.
“Il novantacinque per cento di noi lavora e ha la partita IVA”, ha sottolineato ancora il rappresentante della comunità Sinti. Un dato rivendicato con forza, quasi a voler spezzare un’associazione che in Italia sembra difficile da scardinare: quella tra comunità rom o sinti e criminalità. “Non siamo ladri. Se poi nostro fratello ha voluto fare quella vita, questo accade anche tra italiani comuni”, aggiunge, spostando il discorso su un terreno più universale.
Parole che non cercano consenso facile. Anzi, rischiano di alimentare nuove polemiche. Ma che hanno il merito di rompere una narrazione monolitica, fatta di certezze immediate e giudizi definitivi. Nel servizio televisivo vengono mostrati volti, storie, famiglie. Non per assolvere, ma per ricordare che dietro ogni fatto di cronaca c’è una rete di relazioni e conseguenze che non si esauriscono in un titolo.
La comunità Sinti, spiegano, non intende sottrarsi al dolore per la perdita di un proprio membro, ma nemmeno accettare che quell’episodio diventi il pretesto per generalizzazioni o per una nuova ondata di odio. “Vogliamo giustizia, non vendetta”, è il messaggio che emerge in modo chiaro. Una giustizia che, a loro dire, deve passare dall’accertamento dei fatti e dalla valutazione di eventuali responsabilità, senza trasformare l’episodio in una bandiera ideologica.
Dal punto di vista giudiziario, l’indagine prosegue seguendo i binari previsti. La magistratura dovrà stabilire se l’uso della forza da parte del proprietario di casa rientri nei limiti della legittima difesa o se si configuri un eccesso colposo. Una distinzione tecnica, spesso difficile da spiegare al grande pubblico, ma centrale in casi come questo. La legge italiana, infatti, non autorizza una reazione illimitata, anche quando si è vittime di un reato.
Il dibattito, però, va oltre le aule dei tribunali. Tocca nervi scoperti, paure diffuse, percezioni di insicurezza che attraversano molte comunità locali. Lonate Pozzolo, suo malgrado, si è ritrovata al centro di una discussione nazionale che parla di sicurezza, convivenza, giustizia e pregiudizi.
Il servizio de Le Iene ha mostrato come, dietro le dichiarazioni ufficiali e le prese di posizione più rumorose, esista anche un tentativo di abbassare i toni. Di evitare che un fatto di sangue diventi una miccia. “Non succederà nulla”, ribadisce il portavoce. Una frase che non cancella il dolore, ma che prova a chiudere la porta a un’escalation che nessuno, davvero, sembra volere.
Resta ora da capire se questo cambio di clima riuscirà a influenzare anche il racconto pubblico della vicenda. Se alle semplificazioni subentrerà una riflessione più profonda su cosa significhi difendersi, su dove finisca la paura e inizi la responsabilità, su quanto sia fragile il confine tra giustizia e vendetta. Lonate Pozzolo, intanto, osserva e aspetta, con la consapevolezza che certe ferite non si rimarginano in fretta, ma che almeno possono evitare di trasformarsi in nuove fratture.
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